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dite la vostra

Posted: Mon Nov 15, 2010 7:25 pm
by Muchoz
Il problema gnoseologico attuale è sapere come si configura l'eidetica nel contesto metafisico dell'ontologia.
Dipende da quale dimensione ontologica ci si pone.

Ma se l'io è strutturato in un livello antropomorfico in degrado non potrà coscientizzarsi su piani ontologici superiori!
In questo caso l'ermeneutica potrebbe suffragare la tensione escatologica attraverso una asettica cosmogenesi.

Ma la differenziazione strutturale che ne deriverebbe affiorerebbe dalla palingenetica obliterazione dell'io cosciente che si infutura nell'archetipo prototipo dell' antropomorfismo universale.

Probabilmente ne risentirebbe la noogenesi che non intaccherebbe l'epistemologia delle sinergie di fondo.
Ma se l'io cosciente si ponesse su un piano trascendentale sfocierebbe in una trans-ominizzazione.

In qualunque caso l'aspetto fenomenologico non può intaccare quello noumenico, perchè quest'ultimo ha le sue radici nella dialettica diametralmente opposta al nihilismo più aberrante.
La struttura originaria è l’essenza del fondamento. In questo senso è la struttura anapodittica del sapere e cioè lo strutturarsi della principialità, o dell’immediatezza.

Ciò comporta che l’essenza del fondamento non sia un che di semplice, ma una complessità, o l’unità del molteplice.
La manifestazione della Struttura Originaria non è quindi la manifestazione di un processo di analisi, bensì è immanente a questo processo; è possibile parlare quindi di una compresenza di analisi e sintesi.

:omg:

Posted: Mon Nov 15, 2010 7:44 pm
by Lopos
Il pensiero classico ha distinto forme diverse di conoscenza, ovvero l'opinione e la scienza, discutendone il valore di verità. Per i filosofi greci l'opinione (δόξα), poiché fondata sull'esperienza sensibile ed essendo quindi ingannevole e instabile, si contrappone al vero sapere scientifico. Al contrario la scienza (ἐπιστήμη), essendo fondata sulla ragione, è il modello della conoscenza certa e incorruttibile.
Parmenide per primo svalutò la conoscenza sensoriale, affermando l'importanza di un sapere dedotto esclusivamente dalla ragione. Un tale sapere però risultava non oggettivabile, essendo senza predicato: per Parmenide infatti, dell'Essere si può dire soltanto che esso è, e nient'altro. La gnoseologia parmenidea risulta pertanto totalmente sottomessa all'ontologia (cioè alla dimensione statica dell'essere).
Fu quindi Socrate a sollevare per primo il problema gnoseologico, mettendo in discussione le basi e le fondamenta del sapere. Con Socrate ha inizio un'attività maggiormente dinamica del pensiero; egli affermò che la vera conoscenza non ci viene dall'esterno, ma nasce all'interno dell'anima; ragion per cui non è insegnabile. Il maestro può solo aiutare l'allievo a partorirla da sé (arte della maieutica).[1]
Platone seguì le orme di Parmenide e di Socrate, tuttavia rivalutando in parte l'esperienza sensibile. I sensi infatti, secondo Platone, servono a risvegliare in noi il ricordo delle idee, ossia di quelle forme universali con cui è stato plasmato il mondo e che ci permettono di conoscerlo. Conoscere significa dunque ricordare: la conoscenza è un processo di reminiscenza di un sapere che giace già all'interno della nostra anima, ed è perciò "innato". Per Platone, tuttavia, le idee si trovano al di là del processo logico-dialettico, e quindi (come già in Parmenide e Socrate) esse sono difficilmente oggettivabili, essendo accessibili solo per via di intuizione.[2]
Aristotele formalizzò in maniera più precisa e sistematica il processo conoscitivo, da allora rimasto invariato fino all'Ottocento. Rispetto a Platone, Aristotele rivalutò ulteriormente l'esperienza sensibile, e tuttavia, al pari del suo predecessore, manteneva fermo il presupposto secondo cui l'intelletto umano non si limita a recepire passivamente le impressioni sensoriali, ma svolge un ruolo attivo che gli consente di andare oltre le particolarità transitorie degli oggetti e di coglierne l'essenza in atto. Egli distinse così vari gradi del conoscere: al livello più basso c'è la sensazione, che ha per oggetto entità particolari, mentre a quello più alto c'è l'intuizione intellettuale, capace di "astrarre" l'universale dalle realtà empiriche. Conoscere significa quindi astrarre (dal latino ab + trahere, "trarre da").
Aristotele fu anche il padre della logica formale, che egli teorizzò nella forma deduttiva del sillogismo. La razionalità sillogistica procede logicamente dall'universale al particolare, ma non può in alcun modo garantire la verità dei princìpi primi, dato che proprio da questi deve partire la deduzione. Ecco allora che il compito di stabilire la validità e l'universalità delle premesse, da cui il sillogismo trarrà soltanto delle conclusioni necessariamente coerenti, spetta all'intelletto intuitivo, il quale si avvale in proposito dell'induzione (epagoghé). L'induzione tuttavia, a differenza del significato che ha assunto presso l'epistemologia contemporanea (che le attribuisce un carattere di consequenzialità logica), non ha per Aristotele la capacità di approdare alle essenze, ma è soltanto un grado preparatorio di avviamento verso l'intuizione intellettuale. Il passaggio dal particolare all'universale non costituisce per lui alcuna forma di "logica induttiva". La logica aristotelica è solo deduttiva:
« [...] principio di tutto è l'essenza: dall'essenza, infatti, partono i sillogismi. »
(Aristotele - Metafisica VII, 9, 1034a, 30-31)
« Colui che definisce, allora, come potrà dunque provare [...] l'essenza? [...] non si può dire che il definire qualcosa consista nello sviluppare un'induzione attraverso i singoli casi manifesti, stabilendo cioè che l'oggetto nella sua totalità deve comportarsi in un certo modo [...] Chi sviluppa un'induzione, infatti, non prova cos'è un oggetto, ma mostra che esso è, oppure che non è. In realtà, non si proverà certo l'essenza con la sensazione, né la si mostrerà con un dito [...] oltre a ciò, pare che l'essenza di un oggetto non possa venir conosciuta né mediante un'espressione definitoria, né mediante dimostrazione. »
(Aristotele - Analitici secondi II, 7, 92a-92b)
E pur rinnegando l'innatismo di Platone, egli afferma che
« la sensazione in atto ha per oggetto cose particolari, mentre la scienza ha per oggetto gli universali e questi sono, in certo senso, nell'anima stessa. »
(Aristotele - Sull'anima II, V, 417b)
Da questi passi emerge come i princìpi primi su cui Aristotele intende fondare la conoscenza non sono ricavabili dall'esperienza, né da un ragionamento dimostrativo. Come già in Platone, soltanto l'intuizione intellettuale può accedervi: questa rimane per lui il vertice più alto della conoscenza, essendo non solo in grado di dare un fondamento universale e oggettivo ai sillogismi, ma comportando anche un'esperienza contemplativa, tipica di un sapere fine a se stesso, che per Aristotele costituiva la quintessenza della saggezza.[3]
Riassumendo dunque il quadro della filosofia antica, si può dire che laddove Platone considerava la gnoseologia un ambito limitato, perché basato su un sapere interiorizzato non trasmissibile a parole (si notino gli echi della maieutica socratica), Aristotele individuava questo limite nel fatto che la conoscenza non può prescindere dall’esperienza. In entrambi comunque la gnoseologia resta sottomessa (ora in un modo, ora in un altro) alla sfera ontologica e intuitiva.

:omg:

Re: dite la vostra

Posted: Mon Nov 15, 2010 7:53 pm
by Coar
Muchoz wrote:Il problema gnoseologico attuale è sapere come si configura l'eidetica nel contesto metafisico dell'ontologia.
Dipende da quale dimensione ontologica ci si pone.

Ma se l'io è strutturato in un livello antropomorfico in degrado non potrà coscientizzarsi su piani ontologici superiori!
In questo caso l'ermeneutica potrebbe suffragare la tensione escatologica attraverso una asettica cosmogenesi.

Ma la differenziazione strutturale che ne deriverebbe affiorerebbe dalla palingenetica obliterazione dell'io cosciente che si infutura nell'archetipo prototipo dell' antropomorfismo universale.

Probabilmente ne risentirebbe la noogenesi che non intaccherebbe l'epistemologia delle sinergie di fondo.
Ma se l'io cosciente si ponesse su un piano trascendentale sfocierebbe in una trans-ominizzazione.

In qualunque caso l'aspetto fenomenologico non può intaccare quello noumenico, perchè quest'ultimo ha le sue radici nella dialettica diametralmente opposta al nihilismo più aberrante.
La struttura originaria è l’essenza del fondamento. In questo senso è la struttura anapodittica del sapere e cioè lo strutturarsi della principialità, o dell’immediatezza.

Ciò comporta che l’essenza del fondamento non sia un che di semplice, ma una complessità, o l’unità del molteplice.
La manifestazione della Struttura Originaria non è quindi la manifestazione di un processo di analisi, bensì è immanente a questo processo; è possibile parlare quindi di una compresenza di analisi e sintesi.

:omg:
:seifuori: :zzodici: :chissene:
Lopos wrote:Il pensiero classico ha distinto forme diverse di conoscenza, ovvero l'opinione e la scienza, discutendone il valore di verità. Per i filosofi greci l'opinione (δόξα), poiché fondata sull'esperienza sensibile ed essendo quindi ingannevole e instabile, si contrappone al vero sapere scientifico. Al contrario la scienza (ἐπιστήμη), essendo fondata sulla ragione, è il modello della conoscenza certa e incorruttibile.
Parmenide per primo svalutò la conoscenza sensoriale, affermando l'importanza di un sapere dedotto esclusivamente dalla ragione. Un tale sapere però risultava non oggettivabile, essendo senza predicato: per Parmenide infatti, dell'Essere si può dire soltanto che esso è, e nient'altro. La gnoseologia parmenidea risulta pertanto totalmente sottomessa all'ontologia (cioè alla dimensione statica dell'essere).
Fu quindi Socrate a sollevare per primo il problema gnoseologico, mettendo in discussione le basi e le fondamenta del sapere. Con Socrate ha inizio un'attività maggiormente dinamica del pensiero; egli affermò che la vera conoscenza non ci viene dall'esterno, ma nasce all'interno dell'anima; ragion per cui non è insegnabile. Il maestro può solo aiutare l'allievo a partorirla da sé (arte della maieutica).[1]
Platone seguì le orme di Parmenide e di Socrate, tuttavia rivalutando in parte l'esperienza sensibile. I sensi infatti, secondo Platone, servono a risvegliare in noi il ricordo delle idee, ossia di quelle forme universali con cui è stato plasmato il mondo e che ci permettono di conoscerlo. Conoscere significa dunque ricordare: la conoscenza è un processo di reminiscenza di un sapere che giace già all'interno della nostra anima, ed è perciò "innato". Per Platone, tuttavia, le idee si trovano al di là del processo logico-dialettico, e quindi (come già in Parmenide e Socrate) esse sono difficilmente oggettivabili, essendo accessibili solo per via di intuizione.[2]
Aristotele formalizzò in maniera più precisa e sistematica il processo conoscitivo, da allora rimasto invariato fino all'Ottocento. Rispetto a Platone, Aristotele rivalutò ulteriormente l'esperienza sensibile, e tuttavia, al pari del suo predecessore, manteneva fermo il presupposto secondo cui l'intelletto umano non si limita a recepire passivamente le impressioni sensoriali, ma svolge un ruolo attivo che gli consente di andare oltre le particolarità transitorie degli oggetti e di coglierne l'essenza in atto. Egli distinse così vari gradi del conoscere: al livello più basso c'è la sensazione, che ha per oggetto entità particolari, mentre a quello più alto c'è l'intuizione intellettuale, capace di "astrarre" l'universale dalle realtà empiriche. Conoscere significa quindi astrarre (dal latino ab + trahere, "trarre da").
Aristotele fu anche il padre della logica formale, che egli teorizzò nella forma deduttiva del sillogismo. La razionalità sillogistica procede logicamente dall'universale al particolare, ma non può in alcun modo garantire la verità dei princìpi primi, dato che proprio da questi deve partire la deduzione. Ecco allora che il compito di stabilire la validità e l'universalità delle premesse, da cui il sillogismo trarrà soltanto delle conclusioni necessariamente coerenti, spetta all'intelletto intuitivo, il quale si avvale in proposito dell'induzione (epagoghé). L'induzione tuttavia, a differenza del significato che ha assunto presso l'epistemologia contemporanea (che le attribuisce un carattere di consequenzialità logica), non ha per Aristotele la capacità di approdare alle essenze, ma è soltanto un grado preparatorio di avviamento verso l'intuizione intellettuale. Il passaggio dal particolare all'universale non costituisce per lui alcuna forma di "logica induttiva". La logica aristotelica è solo deduttiva:
« [...] principio di tutto è l'essenza: dall'essenza, infatti, partono i sillogismi. »
(Aristotele - Metafisica VII, 9, 1034a, 30-31)
« Colui che definisce, allora, come potrà dunque provare [...] l'essenza? [...] non si può dire che il definire qualcosa consista nello sviluppare un'induzione attraverso i singoli casi manifesti, stabilendo cioè che l'oggetto nella sua totalità deve comportarsi in un certo modo [...] Chi sviluppa un'induzione, infatti, non prova cos'è un oggetto, ma mostra che esso è, oppure che non è. In realtà, non si proverà certo l'essenza con la sensazione, né la si mostrerà con un dito [...] oltre a ciò, pare che l'essenza di un oggetto non possa venir conosciuta né mediante un'espressione definitoria, né mediante dimostrazione. »
(Aristotele - Analitici secondi II, 7, 92a-92b)
E pur rinnegando l'innatismo di Platone, egli afferma che
« la sensazione in atto ha per oggetto cose particolari, mentre la scienza ha per oggetto gli universali e questi sono, in certo senso, nell'anima stessa. »
(Aristotele - Sull'anima II, V, 417b)
Da questi passi emerge come i princìpi primi su cui Aristotele intende fondare la conoscenza non sono ricavabili dall'esperienza, né da un ragionamento dimostrativo. Come già in Platone, soltanto l'intuizione intellettuale può accedervi: questa rimane per lui il vertice più alto della conoscenza, essendo non solo in grado di dare un fondamento universale e oggettivo ai sillogismi, ma comportando anche un'esperienza contemplativa, tipica di un sapere fine a se stesso, che per Aristotele costituiva la quintessenza della saggezza.[3]
Riassumendo dunque il quadro della filosofia antica, si può dire che laddove Platone considerava la gnoseologia un ambito limitato, perché basato su un sapere interiorizzato non trasmissibile a parole (si notino gli echi della maieutica socratica), Aristotele individuava questo limite nel fatto che la conoscenza non può prescindere dall’esperienza. In entrambi comunque la gnoseologia resta sottomessa (ora in un modo, ora in un altro) alla sfera ontologica e intuitiva.

:omg:
:nini: hai sbagliato tutto :sisisi:

Posted: Mon Nov 15, 2010 8:06 pm
by Muchoz
stasera ne discutiamo in ts :sisisi:

Re:

Posted: Mon Nov 15, 2010 8:11 pm
by Coar
Muchoz wrote:stasera ne discutiamo in ts :sisisi:
ringraziando dio questa sera non ci sono

Re: dite la vostra

Posted: Mon Nov 15, 2010 9:28 pm
by [-MjK-]
Cari Signori, la complessità e la collocazione degli studi degli organici garantisce la partecipazione di un gruppo importante nella formazione delle forme d'azione.
Così, l'avvio dell'azione generale di informazione delle attitudini svolge un ruolo essenziale nella formazione delle attitudini dei membri delle organizzazioni nei confronti dei propri doveri.
I principi ideologici superiori ci indicano che la consultazione con i numerosi militanti esige la precisione e la determinazione delle direzioni di educazione nel senso del progresso.
Attraverso esperienze ricche e diverse, il nuovo modello dell'attività dell'organizzazione permette innanzitutto la creazione delle attitudini dei membri delle organizzazioni nei confronti dei propri doveri.

Posted: Mon Nov 15, 2010 9:33 pm
by snipershady
??? Qualche mod interviene o devo pensarci io ???
Io però potrei premere il pulsante sbagliato... [BAN]

Re:

Posted: Mon Nov 15, 2010 9:33 pm
by Muchoz
snipershady wrote:??? Qualche mod interviene o devo pensarci io ???
Io però potrei premere il pulsante sbagliato... [BAN]
questo è spam intellettuale!!!
stanne fuori!

Posted: Mon Nov 15, 2010 9:37 pm
by snipershady
io ho 2 pulsanti

[Cancella topic]
[BAN]


mi potrebbe scappare il mouse sul pulsante errato!

Re:

Posted: Mon Nov 15, 2010 9:38 pm
by Muchoz
snipershady wrote:io ho 2 pulsanti

[Cancella topic]
[BAN]


mi potrebbe scappare il mouse sul pulsante errato!
:flydown:

Re: dite la vostra

Posted: Tue Nov 16, 2010 9:53 am
by PeTiT
:omicida: quoto shady...

Posted: Tue Nov 16, 2010 10:37 am
by Lopos
Gli antichi greci cominciarono a interrogarsi sulla natura, sul suo ordine (cosmo) e sulla possibilità dell'esistenza di princìpi e leggi di natura. Quasi tutti i filosofi dell'antichità, tra cui Eraclito, Parmenide, Zenone, Leucippo, Democrito, Platone ed Aristotele, si occuparono di questioni che almeno in parte sono inerenti a quella che oggi viene chiamata fisica, parola che ha origine greca e che sta a rappresentare "le cose della natura". Nella fisica di Aristotele si trovano quelle che si potrebbero considerare come le prime teorie, benché inesatte, sul moto dei corpi; egli, comunque, non fu precursore del principio di inerzia, scoperto 20 secoli dopo da Cartesio e la cui enunciazione formale è ascrivibile a Newton.

La scienza moderna comincia con l'assunto fondamentale, dovuto a Galileo Galilei, che le leggi della fisica abbiano la stessa forma matematica rispetto a qualunque sistema di riferimento nel quale valga il principio di inerzia. Questo assunto definito nel 1609, è oggi chiamato principio di relatività galileiano, ed è tuttora valido. Esso si basa sulla grande intuizione di Galileo della composizione dei moti e quindi della legge di somma vettoriale delle velocità: se due osservatori sono in moto relativo tra loro e ognuno di loro si sposta con uniformità, in modo che la velocità relativa sia costante, misureranno spazi differenti rispetto allo stesso evento, ma la "forma" delle loro osservazioni ha la stessa veste algebrica. Nulla tuttavia si dice sui tempi. Sebbene Einstein concordi con i risultati di Schrödinger e Heisenberg, egli non si accontenta del metodo indiretto statistico e continua a credere nella possibilità di una teoria non probabilistica.

Il concetto che il tempo sia legato al sistema di riferimento è il fondamento della relatività ristretta. Newton, leggendo e studiando con accuratezza sia il Dialogo sopra i Massimi Sistemi, sia i Discorsi sopra una Nuova Scienza, interpretò le intuizioni originali presenti a livello geometrico negli scritti di Galileo, le assimilò e le fece proprie, originando così la forma matematica e fisica della meccanica. Quando si trovò di fronte al principio di relatività, gli fu chiaro che la sua adozione implicasse in modo necessario un riferimento in cui il primo principio della dinamica, ossia il principio di inerzia di Galileo, dovesse avere piena validità. Il vero problema tuttavia era e rimane dove collocare tale sistema di riferimento: risolse il dilemma asserendo che tutti gli spazi misurati si riferissero ad uno spazio assoluto, il solo esistente invariato e immutabile, e che l'immutabilità dello spazio assoluto fosse associato con l'esistenza di un tempo assoluto, che scorre uniformemente, pervadendo tutto lo spazio assoluto.
La soluzione di Newton fu brillante e diventò un paradigma destinato a durare per secoli. Già Galileo, tuttavia, con i suoi tentativi di misurare la velocità della luce, esprimeva dubbi non risolti per l'epoca su come si dovesse intendere il principio di relatività e quindi il principio di inerzia ad esso strettamente correlato. Questi dubbi rimasero sopiti, offuscati dal fulgore del grande successo della meccanica newtoniana, fino al 1905. Con l'avvento delle equazioni di Maxwell, delle trasformazioni di Lorentz e infine della teoria della relatività di Einstein viene meno il concetto, fino ad allora dato per scontato, di tempo assoluto. Il tempo e lo spazio sono legati insieme a formare quello che viene chiamato spaziotempo. La relatività generale postula invece l'uguaglianza della massa gravitazionale e della massa inerziale, e ricava la metrica generale dello spaziotempo.

Posted: Tue Nov 16, 2010 10:41 am
by PeTiT
la droga fa male............ :sisisi:

Posted: Tue Nov 16, 2010 11:03 am
by Muchoz
Il criterio metodologico di questo mio discorso...presuppone il ribaltamento della logica assistenziale preesistente attraverso il criterio della partecipazione e nn assumendo mai..come implicito..l'adozione di una metodologia differenziata..inoltre l'approccio programmatorio estrinseca la puntuale corrispondenza tra obbiettivi e risorse secondo un modulo di oggettivazione orizzontale che nulla toglie qualora ciò sia identificabile l'annullamento di ogni eventuale ghettizzazione....pertanto..il bisogno emergente di una simbiosi mutualistica riconduce a sintesi l'accorpamento delle suddette funzioni...recuperando in un ottica preventiva e nn più curativa una congrua attività della struttura del discorso stesso...

Posted: Tue Nov 16, 2010 11:05 am
by PeTiT
ban please..... :omicida: :omicida: